Fondazione Ferrara affondata per fare dispetto a Emanuele

di Franco Bechis - quotidiano Il Tempo

Dopo 23 anni di mandato il presidente della Fondazione Roma, Emmanuele Emanuele, ha lasciato il suo incarico lo scorso ottobre, restando presidente onorario. Al suo posto Franco Parasassi, che fino a quel momento era direttore generale della Fondazione. Un passaggio del testimone che sarebbe comunque avvenuto a breve, ma che è stato forzato dal ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) in un momento particolarmente delicato della vita della Fondazione Roma. Erano infatti in corso trattative delicatissime per il tentativo di salvataggio della Fondazione di Ferrara, che si trovava in stato di sostanziale dissesto e che aveva lanciato un sos proprio al professore Emanuele con una richiesta formale di intervento.

Il direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera, che già prima della promozione ottenuta dal nuovo ministro Giovanni Tria aveva guidato la direzione banche dell’Economia seguendo, e in parte accelerando con scelte sbagliate, la crisi di Banca Etruria e gli altri tre istituti poi coinvolti nel decreto di risoluzione, ha negato la possibilità di proroga semestrale del consiglio di amministrazione di Fondazione Roma mandando gambe all’aria la Fondazione di Ferrara pur di fare un dispetto al professore Emanuele. I rapporti fra il vertice di Fondazione Roma e il dicastero di Via XX settembre sono stati per altro difficilissimi in tutti questi anni, quando al professore Emanuele è toccato più volte difendere pubblicamente, e con ricorsi, l’autonomia della fondazione bancaria stabilita dalla legge Amato, dal desiderio dell’autorità governativa sotto numerosi esecutivi di mettervi le mani addosso fosse anche per terribili esigenze di finanza pubblica.

Fondazione Roma e il suo presidente si sono sempre messe di traverso a differenza di altre che, su spinta dell’Acri di Giuseppe Guzzetti, si sono arrese. Nelle battaglie per la difesa dell’autonomia e della natura privata della Fondazione il professore Emanuele è sempre per altro stato confortato dall’appoggio ideale del legislatore originario, Giuliano Amato. Grazie a questo sostegno ideale sono state impugnate dalla Fondazione Roma tutte le riforme della legge sulle fondazioni che si sono seguite negli anni, da quella Dini a quella Ciampi per finire con quelle Visco e Tremonti.

Il contrasto è stato sempre chiaro. Da una parte la considerazione che le Fondazioni bancarie fossero enti di diritto privato (sostenuta da Emanuele) e dunque soggette al controllo del ministero dell’Interno, dall’altra la tesi del ministero dell’Economia che le considerava comunque soggette al suo controllo. Il nodo non è stato definitivamente sciolto da una lunga serie di ricorsi e carte bollate. Inizialmente il Tar ha dato ragione a Emanuele spiegando che «in attesa della creazione di un’autorità di controllo sulle persone giuridiche del titolo II del libro primo del codice civile (associazioni e fondazioni) il controllo del ministero del Tesoro vale solo quando queste hanno partecipazioni di controllo, diretto e indiretto, in società bancarie». Un principio che aveva fatto ritenere all’ente romano di non essere più soggetto al controllo del Mef, ma in analogia con le Fondazioni di diritto privato, solo a quello della Prefettura e del ministero dell’Interno.

Nelle more dell’appello al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar il ministro Tremonti, però, ha chiuso la partita con un provvedimento ad hoc che ha dato una versione differente rispetto al giudice amministrativo. E cioè che «la vigilanza sulle fondazioni bancarie è in capo al Mef indipendentemente dalla circostanza che le stesse controllino, direttamente o indirettamente società bancarie, o partecipino al controllo di esse tramite patti di sindacato o accordi di qualunque forma stipulati». Risposta che ovviamente non ha fatto altro che acuire i contrasti tra Emanuele e il Tesoro. In primis perché la norma voluta da Tremonti fu inserita in un decreto legge (il 78 del 2010) che prevedeva misure urgenti in tema di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica, considerato non pertinente rispetto alla materia delle fondazioni. Poi perché lo stesso Consiglio di Stato, che sulla base della nuova regola diede ragione al Mef, sottolineava però che il perpetuarsi della norma nell’ordinamento giuridico avrebbe creato dei profili di incostituzionalità. Nulla è però cambiato negli 8 anni decorsi dalla decisione. Il potere sui vertici della Fondazione è rimasto saldamente in capo al dicastero di Via XX settembre. E così si spiega il brusco diktat, una sorta di fatwa emesso nei confronti non solo del professore Emanuele, ma del destino della Fondazione di Ferrara, nell’ottobre di quest’anno. Nella puntigliosa difesa della propria autonomia la Fondazione Roma non ha esitato in questi anni a “strappare” anche con l’Acri, l’associazione che rappresenta le altre Fondazioni, guidata da una vecchia volpe democristiana come Guzzetti (per lungo tempo dominus della Cariplo). Una diversità di vedute che ha spinto l’ente romano a uscire dall’Acri e a non sottoscrivere il protocollo d’intesa con il Tesoro. Una scelta profetica. Anche l’Acri anni dopo avrebbe infatti seguito l’esempio della Fondazione e di Emanuele: ha invitato i suoi soci a separarsi dalle banche e a limitare l’influenza della politica. Fin qui la storia. Ma anche alla fine (relativa, visto che resta presidente onorario) l’era Emanuele si è chiusa con un ingiustificato e non proprio spontaneo strascico di polemiche. Si è criticato il passaggio di consegne con la nomina del nuovo consiglio di amministrazione perché avvenuto in sordina e all’insaputa dei soci. La procedura invece ha seguito alla lettera le norme statutarie (evidentemente ignorate dai più), scegliendo per altro la successione più naturale con il passaggio delle consegne al numero due di fatto della Fondazione. Il presidente e gli altri consiglieri di amministrazione essendo tutti liberi professionisti che dal giorno dopo avrebbero potuto seguire più direttamente le proprie attività hanno concluso l’incarico all’unisono per dimostrare al Tesoro (dove questo stile non è in uso) che nessuno di loro aveva a cuore la propria poltrona). E proprio per rispetto ai soci convocati per approvare il tutto in assemblea il 13 novembre scorso, non è stata data notizia anticipatamente alla stampa. Cosa che invece è avvenuta appena ratificata la scelta dai soci. Un passaggio di testimone tranquillo e ordinato a cui proprio non era abituato l’assai turbolento e rissoso mondo delle fondazioni.