MEDITERRANEO CROCEVIA DI STORIA E CULTURE. UN CALEIDOSCOPIO DI IMMAGINI

RECENSIONE DELLA PUBBLICAZIONE

L’Harmattan ITALIA – coll. Emma, Roma, 2015

Il saggio di Laura D’Alessandro svolge il non facile compito di dare conto della letteratura più suggestiva sul Mediterraneo degli ultimi trenta anni, da Braudel ad oggi, da quella lirica dei poeti a quella degli analisti con le definizioni, i focus sull’attuale situazione e identità, la capacità di leggerne la possibile prospettiva. Emergono tre parole chiave con cui si può rappresentare il Mediterraneo, espressione geografica a intensissima dinamica storica: complessità, identità e movimento.

Complessità anzitutto nelle molteplici definizioni di questo universo composito che non si presta a descrizioni puntuali, nemmeno dal punto di vista fisico o geo-grafico, data la diversificazione dell’area, i contrasti tra i suoi elementi costitutivi (mare e montagna, ghiacciai e deserto…), la sua multiformità biologica. Ma la complessità dipende soprattutto da un processo storico fatto di stratificazioni progressive di culture, di popoli, di etnie, di “piccole patrie” che esprimono oltre 200 idiomi. E’ un «mosaico di tutti i colori» come scrive l’autrice, difficile da ricomporre o da catalogare nelle diverse componenti e nelle loro interazioni. E’ una pluralità di universi. Basti pensare al suo essere cerniera di tre continenti (Asia, Africa ed Europa) e alla coesistenza delle tre grandi religioni monoteiste, in un’area dove si è espresso anche «lo spirito laico più precoce della storia umana». Le due culture, occidentale e orientale, che Bobbio ravvisa come patrimonio genetico dell’uomo mediterraneo, lo attestano. Siamo Ulisse e Abramo insieme. La presenza di culture diverse e l’attitudine alla loro convivenza nello scambio continuo, ma anche nel contrasto, è la ricchezza dell’area e ne determina la vitalità. Quando o laddove non vi è tragica opposizione tra culture eterogenee vi è possibilità di sintesi, coabitazione di tradizioni diverse, contaminazioni positive, tolleranza per il diverso.

La dominanza del mondo Nord-occidentale non sembra però tener conto della complessità del Mediterraneo ridotto a periferia subalterna rimuovendo la centralità culturale che il “Mare Nostrum” ha avuto nella storia europea ed occidentale. Quest’area viene connotata per i suoi problemi e temuta per i suoi conflitti più che per le grandi potenzialità, le opportunità che offre e le risorse di cui dispone. Ciò ha effetti tangibili sull’attuale difficile ricomposizione dell’identità del Mediterraneo pur con i suoi 10 mila anni di storia.

In che misura si può parlare di una identità del Mediterraneo? Dalla disamina emerge una identità plurale, e pertanto intesa come prodotto mai finito di un dialogo e di un intreccio tra diverse espressioni culturali. Viene così rimarcato il suo carattere cosmopolita e il suo universalismo che è considerato dall’autrice come il più prezioso degli “ideali del Mediterraneo”. Tale identità non è statica perché il Mediterraneo cambia, è in evoluzione, è in costante movimento. Anche le somiglianze e le differenze tra le diverse culture non sono mai assolute né costanti: talvolta prevalgono le une, talora le altre. Lo stesso conflitto culturale può assumere toni e momenti di acuta crisi in un mondo globalizzato, nella misura in cui la tensione tra conformismo al modello culturale occidentale (basato su possesso, mercato e consumo) e difesa della propria peculiare cultura può determinare reazioni come il rischio della subalternità o dell’integralismo con relativa demonizzazione di tale modello percepito come minaccia («fondamentalismo reattivo»). Con un Mediterraneo che rischia di divenire frontiera invalicabile del “conflitto di civiltà” con l’Islam. Ecco perché, propone l’autrice, vi è la «necessità del dialogo e dell’ascolto tra intellettuali europei e mediterranei» e forse, ancora meglio, tra le relative società civili. Il risveglio di queste nei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo con la primavera araba di qualche anno fa[i] non ha trovato però eco e supporto sufficiente nel mondo occidentale che ha perso l’occasione di un intervento di peacebuilding con l’apertura ad una “cittadinanza mediterranea”.

Il Mediterraneo è movimento anche perché la sua storia è fortemente connotata da processi migratori, da invasioni, da conquiste, da arrivi e partenze dall’«inquieta mobilità dei geni» (Cassano). Il suo mito-icona è Ulisse/Odisseo navigatore che unisce al desiderio della scoperta attraverso l’esplorazione avventurosa il bisogno di un sicuro approdo terrestre. L’identità dell’uomo mediterraneo risiede nell’equilibrio tra la duplice tensione: superare i confini e scavalcare l’orizzonte (exodos) per il gusto della conoscenza e il richiamo dell’appartenenza, del sito domestico (nostos). Per dirlo con il mediterraneo Leopardi vi è l’ambivalenza de «il naufragar me dolce in questo mare» con il «sempre caro mi fu quest’ermo colle…». Tuttavia per i molti migranti di oggi in fuga dalla patria non vi é ritorno, e l’attraversamento del Mediterraneo assomiglia a quello con il traghettatore Caronte negli inferi.

Quale prospettiva si può intravvedere per un Mediterraneo rigenerato per l’uscita dalla marginalità rispetto alla dominanza dei parametri economici del mondo occidentale? Una soluzione, ben rimarcata nel saggio della D’Alessandro, risiede nel recupero di un “pensiero meridiano” inteso come alternativo a quello imperante e in grado di esprimere un progetto, un’idea del mondo da realizzare. La cultura mediterranea ha delle cose da dire al mondo anzitutto se riacquista «l’antica dignità di soggetto del pensiero» – come afferma Cassano[ii] – non più subalterno, e con il recupero consapevole della dimensione umana. Si torna così al tema cruciale dell’identità attraverso la riformulazione dell’immagine che il Mediterraneo (e quindi il Sud del nostro Paese) ha di sé: «non più periferia degradata dell’impero ma nuovo centro di un’identità ricca e molteplice, autenticamente mediterranea». In questa direzione si tratta di operare per la costruzione di beni materiali e immateriali lungo due assi: valorizzando la funzione strategica della formazione umana e professionale e di tutte le espressioni artistiche delle variegate culture del Mediterraneo – ovvero l’esplorazione della conoscenza dell’uomo Odisseo – come viatico per l’incontro e lo scambio tra i popoli oltre che indice reale di sviluppo. Questo obiettivo di costruire ponti, di unire voci e di incoraggiare le forme culturali più ricche e promettenti è quanto la Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo sta portando avanti dal 2008 e che intende consolidare in futuro.

Il secondo asse è il “ritorno a casa”, il recupero, per il “mare che sta tra le terre”, dell’autonomia culturale e dei valori irrinunciabili della “mediterraneità”, quelli dell’apertura all’altro, dell’universalismo, della coesistenza tra i popoli, della dimensione locale, delle piccole culture comunitarie che interfacciano con quella globale, ma anche delle “libertà moderne” che hanno nel mondo occidentale maggiore accoglienza ed esercizio. Unendo in tal modo Sud e Nord del mondo in una rinnovata Koiné culturale, oggi anche vero e grande antidoto contro ogni tipo di fondamentalismo.

 

[i] Tale risveglio è stato documentato e analizzato dalla nostra Fondazione con una ricerca in cinque Paesi del Mediterraneo e pubblicata a cura di Papini R. e Taccone A., Il terzo settore nel Mediterraneo, Bologna, Il Mulino, 2012.

[ii] Cassano F., Il pensiero meridiano, Bari, Laterza, 2005. E’ sua anche la citazione tra virgolette che segue.