Il Terzo Pilastro. Il ruolo del privato sociale nella crisi del welfare

Lectio Magistralis Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele

27 febbraio 2015 Teatro G. D’Annunzio- Latina

Adesso l’asso nella manica. Io credo di non aver mai visto un curriculum così ampio e articolato. Il professor Emmanuele Francesco Maria Emanuele − già il nome così lungo fa capire alcune cose − discende da una delle più illustri e antiche casate storiche della Spagna e dell’Italia meridionale. Barone di Culcasi, è avvocato cassazionista, economista, banchiere, esperto in materia finanziaria, tributaria, assicurativa, saggista, insignito di diverse lauree honoris causa. Professore di Scienze delle Finanze all’università LUISS “Guido Carli”, ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti di livello nazionale e internazionale.

C’è da menzionare anche la cittadinanza onoraria della città di Dujiangyan da parte del governo della Repubblica Popolare Cinese. Attuale Presidente della Fondazione Roma, ha ricevuto il 18 gennaio 2013 anche la cittadinanza onoraria della nostra città. La cittadinanza onoraria è conferita al professor Emanuele per le sue caratteristiche umane, professionali e intellettuali, quello che diceva all’inizio il Sindaco Di Giorgi, persona di altissimo profilo cui la nostra città deve molto per aver avviato importanti iniziative, in particolare con la Fondazione Roma, di carattere sociale e culturale quali la dotazione di tutte le scuole di Latina di apposite aule di informatica, oppure per l’assistenza medica e la ricerca scientifica nel nostro territorio pontino.

Questa sera è qui a tenere per noi una lectio magistralis dal titolo “Il terzo pilastro: il ruolo del privato sociale nella crisi del welfare”. Professor Emanuele, la prego di salire.

 

Presidente Emanuele:

Buonasera a tutti. Sinceramente questa presentazione, quella del Sindaco ma anche quella di questa gentile e gradevole signora, è una di quelle che mettono sempre l’oratore nelle condizioni meno propizie per presentarsi perché, preceduti da questo tipo di annunci, l’uditorio aspetta miracoli che non sempre si è in grado di poter fare. Io farò la mia parte sperando di non deludervi.

Ringrazio per prima cosa il Sindaco per un duplice motivo: il primo perché ha organizzato questa serata incredibilmente affollata, importante per la compresenza di un mondo che è il mondo del quale io vi riferisco ormai da decenni, il mondo più significativo del nostro Paese, quello che trasferisce quel sentimento che nel profondo noi abbiamo tutti e che sentiamo costantemente sempre più nel momento in cui si dipanano le grandi crisi esistenziali del nostro tempo. Ringrazio ovviamente il Vescovo − ho un devoto sentimento di appartenenza alla nostra Chiesa – per le parole che ha detto. Ringrazio il Prefetto col quale si è stabilito subito quell’identità di sensazioni e sensibilità, nel breve percorso dalla prefettura a qui ci siamo detti tutto quello che ci si poteva dire trovandoci in assoluta sintonia, anche questa cosa rara. Ringrazio la bellissima rappresentante della Provincia che spero non finisca, né lei né la Provincia, e che resti in ogni caso a illuminare il nostro territorio.

Voglio ringraziare anche i componenti della Fondazione Roma che oggi sono riusciti a trovare tempo per essere qui con noi e i membri autorevoli della Commissione sanità che, in maniera così importante e significativa, hanno contribuito a fare molte delle cose di cui parlerò, in particolare una. Ringrazio anche, e lo voglio dire con affetto e amicizia, due persone: l’avvocato Loffredo che è da tempo immemore al mio fianco come componente dell’assemblea della Fondazione Roma, come membro prima del comitato di indirizzo e poi del consiglio, colui il quale rappresenta il veicolo più significativo e importante con il territorio pontino; il giovane avvocato Pandozi, figlio di un mio grande amico oggi non più con noi, che oggi fa parte meritoriamente della Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo. Ringrazio anche il Direttore Generale della Fondazione Roma, Dott. Franco Parasassi, senza cui queste cose che poi narrerò non si potrebbero realizzare, e la responsabile, il Segretario Generale della Fondazione Terzo Pilastro-Italia e Mediterraneo, professoressa Taccone.

Oggi io devo parlare di un argomento che è stato anticipato con grande chiarezza e che è l’argomento sul quale dobbiamo fare una grande riflessione prospettica perché il mondo nel quale abbiamo vissuto per tempi lunghi, in particolare chi come me ha molti anni ha avuto il privilegio di vivere in una maniera diversa da quello che ci si prospetta, è quello che sta diventando la realtà più drammatica della nostra epoca.

La crisi che noi viviamo oggi non è soltanto una crisi economica o finanziaria, è anche una crisi culturale, una crisi etica, perché il modello nel quale abbiamo vissuto per decenni, per centinaia d’anni forse in alcune aree, si sta lentamente disfacendo per la grande crisi che è frutto di una rivoluzione che, dopo quella informatica e quella telematica, si sta per approssimare: la rivoluzione cibernetica, una rivoluzione che non ha la possibilità di trovare collocazione con la filosofia esistenziale che ha accompagnato fino ad oggi l’umanità. Qualcuno dice che il concetto di libertà dell’individuo si sta trasformando in un concetto di dominio attraverso la tecnologia del mondo che ci circonda: è probabilmente vero. Persone sempre meno identificabili, realtà sempre meno comprensibili che hanno in mano le grandi leve della tecnologia sono in grado oggi di condizionare l’esistenza di tutti.

È il fenomeno che scaturisce dall’incredibile evoluzione dell’informatica, del Web, di quel mondo che fino a dieci, quindici anni fa era nella fase paleolitica della sua evoluzione e che nel giro di un decennio è diventata la realtà più significativa del mondo in cui viviamo. Un mondo nel quale, come forse voi sapete, i giornali sono tutti in crisi perché la gente non legge più i giornali ma legge soltanto attraverso l’iPad. Le banche sono in crisi perché i clienti non vanno più in banca, il personale visitatore delle banche, il vecchio cliente della banca che andava ricevuto dal direttore, accompagnato dal direttore, ascoltato dal direttore, non c’è più: il 14% soltanto della popolazione che utilizza la banca va ancora in banca, l’altro mondo, quello preminente, si collega alla banca con l’iPad.

Il mondo sta veramente avvicinandosi a una rivoluzione talmente rilevante di cui non abbiamo la sensibilità di comprendere qual è la potenzialità estrema. Potrei parlare del caso personale. Io sono nato in un’epoca in cui a scuola si intingeva la penna nel calamaio, non c’erano i frigoriferi neanche nelle grandi famiglie come la mia, esistevano le ghiacciaie, non c’era la radio, non c’era la televisione, non c’era il riscaldamento, c’erano le grandi stufe e i grandi camini. Nel giro di una generazione noi abbiamo, possiamo dire, assolutamente cancellato la memoria di quel tempo, siamo in un’altra epoca e l’epoca che sta arrivando è un’epoca ancora più devastante, se vogliamo, del rapporto solidaristico e sociale per via della manipolazione della tecnologia, della capacità della tecnologia di prevalere su tutto ciò che ci circonda. Noi oggi gioiamo di sapere che, ad esempio, il prezzo del petrolio è calato e la benzina costa meno, ma nessuno si rende conto che questa è una tragedia del mondo produttivo perché la capacità di gestire questa fonte di risorsa che oggi è strumentalmente abbassata sta desertificando tutte le altre forme di creatività, di mezzi alternativi che non hanno più la potenzialità per realizzarlo.

Noi, cioè, abbiamo di fronte un mondo nuovo nel quale, ahimè, i grandi problemi si riversano soprattutto sul sistema di vita, su quel welfare che è stata la caratteristica fondamentale della nostra Europa, del nostro mondo: la protezione sociale, garantita a tutto e a tutti da norme di un’evoluzione sociale, politica, voluta da forze politiche progressiste dell’epoca (liberali, socialdemocratiche e quant’altro), dalla Chiesa, le quali avanzarono l’esigenza della tutela dei meno fortunati. Queste norme, che poi diventarono componenti essenziali della norma lavoristica ma soprattutto costituzionale, sulla protezione della società sono oggi messe seriamente in discussione dall’impossibilità dei mezzi dell’economia di fronteggiare questa trasformazione epocale. Proprio l’Europa, la culla di questo welfare, rischia di diventare colei che per prima ne perderà i benefici.

Questa trasformazione, questa drammatica impossibilità di cambiamento è fronteggiata in questa stagione: una lotta agli sprechi, un radicale tentativo di ammodernamento della burocrazia, la riduzione della componente politica, la coraggiosa politica di riforme. Non basta però, non c’è niente da fare, i problemi non si possono risolvere con questi tagli, con questa spending review, come viene definita, perché la coralità della tematica del bisogno è talmente grande e l’incapacità dello Stato di dare risposte è parimenti così grande che non ci sono possibilità di colmare questo disavanzo. Questo direi che è forse la tematica più drammatica dell’epoca che noi viviamo e lo sarà per molti decenni.

Mi rendo conto che tentativi sono stati fatti, il taglio dei trasferimenti alle Regioni, il rigore del patto di stabilità, il tentativo di un’Europa che si è ritenuto potesse risolvere questi problemi e non li sta risolvendo, vediamo il caso della Grecia, ma possiamo pensare al caso della Spagna, del Portogallo e dell’Italia che è il penultimo Paese europeo prima di Cipro e probabilmente, con il trend che stiamo vivendo, l’anno venturo saremo l’ultimo Paese europeo prima della Grecia nella crisi e prima di Cipro. Avremo di fronte un baratro che ovviamente sarà di difficile soluzione. Il Fondo nazionale per le politiche sociali istituito nel ‘97 e riformulato nel 2000 doveva essere lo strumento mediante il quale lo Stato, le Regioni e gli enti locali dovevano concorrere alla riforma dello stato sociale, devono concorrere alla spesa sociale: non è servito, non è riuscito nei per quanto modesti progetti che si erano formulati. L’ammontare del fondo era 929 milioni, cifra in drammatico ribasso fino ai 70 milioni del 2012. Nel 2014 lo stanziamento era di 244 milioni, per il 2015 la legge di stabilità approvata lo scorso dicembre prevede un incremento di 300 milioni delle risorse già stanziate dalla precedente legge di stabilità, il che significa che oggi dovremo fronteggiare la tematica della sopravvivenza sociale del nostro Paese con una cifra che non supera i 300 milioni di euro.

Io mi chiedo se queste cifre nella loro crudezza vi rendano sufficientemente conto del problema nella sua completezza. Il welfare rispetto agli standard con cui abbiamo vissuto tutti, con cui ha vissuto la mia generazione, è finito irreversibilmente, seminare speranza e fare discorsi messianici non serve a nulla, significa ingannare. Il problema è un problema che riguarda tutti i Paesi europei e non riguarda i Paesi orientali, non riguarda i Paesi mediorientali, non riguarda i Paesi africani, non riguarda l’America. Il problema del welfare in quei Paesi non esiste: l’America, per chi ha viaggiato come penso molti di voi, è l’America nella quale si vedono gli slums, si vede la gente sdraiata per terra che, se non ha un’assicurazione, non entra in ospedale, e parliamo della civile America; il Sud America è un Paese nel quale la protezione sociale è una parola priva di significato; l’Oriente − mi onoro di essere cittadino di Latina ma sono anche cittadino onorario di una grande città di quel Paese − è assolutamente un Paese in cui non c’è la possibilità di difesa delle problematiche drammatiche del vivere, l’emarginazione, la disperazione, la solitudine e la malattia sono la costante.

Secondo degli studi recenti sui dati della Commissione Europea tra il 2007 e il 2013, l’Italia ha contribuito − tra l’altro noi speravamo tanto in quest’Europa, l’idea di questo Stato che dovevamo creare per rafforzarci − al bilancio dell’UE per 106 miliardi di euro e ne abbiamo ricevuti appena 65, quindi il contributo netto del nostro Paese è stato di 41 miliardi. Se si rapporta al contributo annuo dell’Italia (16 miliardi di euro), risulta che siamo stati il primo contribuente europeo e siamo l’ultimo ad averne beneficiato. Questa è un’altra delle stranezze della politica di tutti i nostri governi, non diciamo, come spesso accade, che la colpa è di chi ci ha preceduto, è stata la politica miope, oserei dire provinciale, incapace di battere i pugni, del nostro Paese che ancora oggi tragicamente in Europa non riesce, nonostante le simpatiche affermazioni e le presenze simboliche di rappresentanti ai vertici, a far valere i nostre prioritari bisogni. È il paradosso del povero che aiuta il ricco e non ne ha neanche beneficio.

La crisi, tuttavia, mette in luce una cosa che a mio modo di vedere è spiegabile solo per la nostra storia nazionale. Noi siamo un Paese che nel lontano Medioevo grazie alla Chiesa ha coltivato un sentimento, il sentimento della vicinanza ai meno fortunati, della carità, dell’aiuto. Questo è il patrimonio genetico che il nostro Paese ha per merito della nostra Chiesa cattolica che, con tanti problemi che sicuramente ha attraversato, ha lasciato nel tempo questo imprinting nel nostro Paese facendo evolvere culturalmente la società civile, che è diventata la protagonista nei tempi della storia di questa sensibilità religiosa prima ancora che sociale. Noi siamo il Paese delle Misericordie, noi siamo il Paese delle IPAB, noi siamo il Paese della società civile che dà le risposte da sempre, degli ostelli, dei luoghi dove il pellegrino, basta pensare alla via Francigena, si fermava per essere aiutato (“francigena” riporta proprio a popolazioni trasmigranti che venivano da altre aree geografiche in Italia).

In questo humus si sono sviluppate negli ultimi decenni una serie di realtà molto diverse tra di loro, variegate anche nello status sociale, anche nella componente giuridica, che sono le associazioni, le fondazioni, le ONG, le cooperative sociali, le imprese sociali, le organizzazioni di volontariato. Si sono formate spontaneamente per questa sensibilità antica delle fondazioni del nostro humus sociale talmente forte e radicato che, nonostante la crisi strutturale del nostro Paese, hanno tenuto, come si dice volgarmente, botta di fronte alla grande immanenza di questa travagliante crisi che ci sta travolgendo.

Questo mondo è un mondo che ha una sua etica, che ha una concezione che gli permette di discutere, di intervenire, di dialogare al di là degli steccati culturali ed economici, che riesce a far costituire filiere produttive, “costituisce − come dice Papa Benedetto XVI − quella ecologia umana che fa la differenza”. Questo è il nostro mondo. Noi siamo i fondatori per trasmissione spirituale di un mondo che non è più così immanente nel nostro mondo. In questo momento io mi immedesimo in questo mondo perché io vengo dal mondo, come amabilmente è stato raccontato nel mio curriculum, dell’Università, delle professioni, dell’imprenditoria, e nella parte terminale della mia vita terrena ho deciso di restituire il molto che la vita mi ha dato con la nascita, con la fortuna, con la fede, a tutti coloro che hanno bisogno. Io mi sono voluto dedicare, in questi tanti anni che mi hanno visto e mi vedono come protagonista, a restituire, a dare un contributo significativo a questo mondo del bisogno proprio perché ho ravvisato la valenza di questa nostra storica componente esistenziale che fa la differenza con tutti i Paesi del mondo che ci circondano. Noi abbiamo un imprinting storico che nessun altro Paese del mondo ha mai avuto, proprio per la presenza della Chiesa, di quel mondo e di quella società civile di cui vi parlavo.

Qui è il paradosso: mentre noi siamo i fondatori di questa spiritualità operosa, siamo i fondatori e i continuatori di questa sensibilità sociale abbiamo il più alto livello di opposizione statuale al nostro operare di quanto non lo abbiano altri Paesi. La Gran Bretagna, che non ha né la storia spirituale né la storia fattuale dell’associazionismo italiano, ha lanciato in questi anni un progetto che si chiama Big Society che non è altro che il progetto mio che alcuni anni fa ho voluto denominare pure “Terzo pilastro”, proprio perché il suo sistema politico, gestionale e amministrativo ha una capacità di permeazione che l’Italia non ha.

Noi abbiamo intercettato il fenomeno ma lo abbiamo visto nel nostro Paese con quella diffidenza che, spesso e volentieri, la concezione statuale ha nei confronti del privato, con le dovute eccezioni come nel caso del Prefetto il quale invece ha questa immediata sensibilità che mi ha mostrato nel brevissimo dialogo che ci ha connotato. Lo Stato italiano ha una difficoltà di comprendere le tematiche non soltanto della crisi endemica che lo affligge per cui si continua a parlare ogni anno da governanti di turno: tutti gli ultimi ci hanno detto che uscivamo dalla crisi nel breve tempo possibile, mentre il Pil è in caduta libera e ogni anno i risultati sono sempre peggiori. Abbiamo avuto diversi professionisti nella politica o chiamati a far parte della classe politica, tutti con ricette miracolistiche, partiamo dal centrodestra e finiamo a questo centrosinistra.

La soluzione dei problemi non è stata affrontata mai: stiamo occupandoci sicuramente del problema importante della riforma delle Province, ci stiamo dedicando sicuramente all’importantissimo problema della riforma del Senato, della legge elettorale. Sono tutte cose fantastiche, ma del problema dell’economia non se ne parla. La crisi c’era, c’è e ci sarà, e sarà sempre peggio se continua così perché c’è proprio una incapacità, a parte nel mettere le imposte che ormai è diventata la caratteristica fondante di tutti i governi, che siano di destra o di sinistra. Non venitemi a dire “la destra no”, perché anche il signor Tremonti era un tassator cortese, poi lo ha seguito il signor Monti e avevamo in attesa Montezemolo. Noi forse abbiamo un problema di poca vicinanza al mare, ho la sensazione, perché ogni volta scopriamo questi geni della montagna. Ora ovviamente abbiamo la capacità di dimenticare come stanno le cose e siamo arrivati dove siamo, in una situazione drammatica.

Qual è, però, la caratteristica peculiare di questa Italia, che è una caratteristica antica che risale al Risorgimento? Il movimento liberale, il movimento per antonomasia della società civile, quello che, come qualcuno ha detto, ha fatto le grandi riforme dal basso, aveva incontrato Crispi che è stato uno degli statalisti più grandi della storia del nostro Paese, che aveva praticamente bloccato qualsiasi accesso della società civile alla gestione della cosa collettiva. Poi abbiamo avuto il Fascismo, quindi la lunga stagione della democrazia in cui il cittadino non ha avuto mai le possibilità che ha, come dicevo prima, in Inghilterra di adottare un museo, di aprire una biblioteca chiusa perché lo Stato non ce la fa, di adottare un giardino, di fare le cose che lo Stato non è in grado di fare. Noi non lo possiamo fare.

Dobbiamo ricordare che abbiamo caratterizzato questa attività ostativa all’attività del privato in generale, basta pensare alla vicenda di Della Valle a Roma: 25 milioni di euro per rifare il Colosseo, quattro anni di guerre e di cause al Tar, al Consiglio di Stato e opposizione del Codacons perché, probabilmente giustamente, voleva mettere una scarpa nelle transenne e gli è stato detto di non poterlo fare.

Noi che non abbiamo da mettere scarpe di nessun tipo abbiamo ostacoli di tutti i generi, io potrei raccontarvene una dovizia. Partiamo dal più semplice: la grande crisi degli ospedali nel Lazio. A maggio abbiamo deliberato di dare 8 milioni di euro agli ospedali del Lazio, a dicembre non avevamo ancora la risposta dalla Regione per sapere a chi dovevamo darli. Dovevano semplicemente trasmetterci i dati del numero dei posti letto degli ospedali per poter graduare l’intervento, l’abbiamo saputo soltanto a gennaio. Vogliamo costruire uno dei più grandi luoghi di accoglienza della malattia che oggi dilaga, l’Alzheimer, gratuitamente perché noi operiamo in totale regime di gratuità: abbiamo dovuto dibattere per tre anni e l’ultimo step che ci è stato prospettato era di dover rilasciare una certificazione nella quale dovevamo attestare che nei prossimi 200 anni il Tevere non sarebbe esondato. Io mi sono chiesto, tra l’altro mettendomi sulla collina dove stiamo costruendo questo ospedale, per quale motivo dovessi parlarne del Tevere che non si vede neanche. C’è un’impossibilità obiettiva.

Questo mondo, che è diventato una parte importante dell’economia italiana e che concorre ad evitare il crollo del sistema delle garanzie sociali, ormai non regge più e va cambiato. L’ultimo censimento generale dell’industria, dei servizi e delle istituzioni non-profit del 2012 dice che ci lavorano 4.700.000 volontari, 781.000 dipendenti, 270.000 lavoratori esterni, ecc. Questa gente come voi, questi eroi del quotidiano, quelli che come voi giustamente oggi il Sindaco ha applaudito e ringraziato, sono gli eroi di una battaglia contro un mondo che non gli riconosce questo status di eroismo civile. Noi siamo visti quasi sempre come componenti di un magma indistinto non ben identificato, ci sono anche tra noi pecore nere, non ce lo dimentichiamo, il che presupporrebbe un maggior rigore e una maggior capacità di distinguere tra efficienze clientelari e non, siamo però visti come un qualcosa di separato, cioè un qualcosa che non deve disturbare il manovratore, un qualcosa che impedisce lo sviluppo sereno del non fare perché noi siamo propositori di fare cose che gli altri non fanno.

Io vado da tempo sostenendo che nel nostro Paese manca una voglia di intervenire rispettando una norma che fa parte della Costituzione, l’articolo 118, che dice con grande chiarezza: dove lo Stato non arriva, dove la Regione non arriva, dove la Provincia non arriva il cittadino può fare senza problemi, lo deve fare senza dover chiedere, lo deve fare nel rispetto dei principi fondanti delle leggi dello Stato, ma lo deve poter fare. Cosa che invece non è consentita, cosa che non ci viene permessa, e che differenzia appunto tra noi e un mondo libero, come quello inglese, dove tutto ciò invece è fattibile.

Arrivo al punto. Se così è, ed è così, se lo Stato non è più in grado di dare le risposte, non soltanto per la crisi economica che lo attanaglia e attanaglia le istituzioni, se in effetti la problematica che ho detto in apertura della finanziarizzazione dell’economia che sta facendo sparire i centri di produttività, che sta facendo sparire la società nella quale siamo stati educati a vivere, di fronte a una carenza di mezzi e di fronte a una crisi che non si ferma io credo che bisogna in qualche modo far sentire fortemente la nostra voce, diventare protagonisti noi. Non più collaboratori, non più sussidiari, non più persone perbene che vogliono, in nome di questa filantropia, di questa lealtà alle istituzioni, dare sperando di poter essere chiamati a dare concretamente testimonianza, ma dobbiamo diventare veramente e fortemente dei ribelli − ogni volta che dico questa frase c’è l’ondeggiamento delle forze dell’ordine − sani, ribelli col cuore in mano, per dire che le cose le facciamo lo stesso, le dobbiamo fare per i nostri figli, per un mondo migliore. Lo dobbiamo fare perché l’Italia ha bisogno di fare delle cose per la povera gente e per coloro che hanno bisogno; se la sensibilità per questo non c’è, bisogna farlo.

Voglio raccontarvi di Latina perché oggi ho una grande notizia che mi fa piacere di potervi finalmente dare. Quando arrivai nel lontano ‘61 a Roma fresco di studi, come ho raccontato quando amabilmente mi avete concesso la cittadinanza, prima ancora che economici anche letterari e poetici, volli venire a Latina perché qui nasce Roma. Latina, pochi lo sanno a volte fuori dal nostro territorio, è la città che ha dato origine alla civiltà romana; Enea è arrivato qui, non è arrivato al Tuscolano o a Piazza del Popolo. Roma comincia qui e io ho cominciato a venire qui perché volevo vedere le vestigia di quel mondo e le vestigia di un altro mondo, quello che ha fatto la Pontina, che ha costruito questa meraviglia architettonica riportata nei quadri di De Chirico, che mi ha sempre emozionato e che anche oggi, camminando tra le sedi istituzionali, mi ha riempito il cuore perché la perfezione delle simmetrie e la bellezza degli edifici è qualcosa che tocca il cuore di chi ama l’arte e la bellezza.

Diventato Presidente della Fondazione Roma mi sono detto disponibile a dare risposte anche ad altre aree dove le fondazioni bancarie nate per farlo non avevano avuto la capacità o la forza, avendo fatto degli errori sui quali non mi va oggi di parlare, avendo voluto fare mestieri diversi, banchieri, politica, ecc.

Ho visto che a Latina la Fondazione non c’era e non c’era nemmeno a Frosinone: io mi sono proposto a queste due bellissime realtà per essere io uno di voi e sono stato accolto con quell’affetto e quella amabilità che è stata ricordata prima da coloro che hanno voluto parlare.

Noi abbiamo realizzato una convenzione tra la Fondazione Roma e la Sapienza per un centro di ricerche biotecnologiche medico-farmaceutiche qui a Latina, che è un’eccellenza, e abbiamo dato sostegno alle scuole statali: hanno beneficiato di circa 5,4 milioni di euro oltre 140 scuole tra primarie e secondarie di primo e secondo grado che, grazie ai fondi ricevuti, hanno potuto realizzare nuovi laboratori e implementare quelli esistenti, acquistare postazioni multimediali, dotarsi di lavagne interattive e quant’altro. Con un contributo di 1.177.000,00 è stata acquistata una TAC/PET per l’Ospedale Santa Maria Goretti. Da ultimo, oggi posso dire che, con l’ultima delibera fatta qualche giorno fa, abbiamo concesso un contributo a favore delle Asl di Latina nell’ambito di un piano di sostegno delle strutture sanitarie nei territori delle province di Roma, Frosinone e Latina: 819.000,00 Euro, di cui 490.000,00 per l’Ospedale Santa Maria Goretti, 170.000,00 per il Presidio Ospedaliero Latina Centro -Terracina e Fondi, e 159.000,00 per il Presidio Ospedaliero Latina Sud-Formia. Quello per cui io mi sono battuto per questa meravigliosa città è stato la realizzazione del Centro di Alta Diagnostica per Immagini, praticamente una cosa che aveva una valenza obiettiva.

La cosa più importante di tutte è che, grazie all’impegno di tutti coloro che si sono prodigati, faremo diventare questo territorio una eccellenza nel campo della ricerca scientifica. Eravamo pronti a ristrutturare un edificio accanto all’Ospedale Santa Maria Goretti, che avrebbe dovuto ospitare la Fondazione Roma – Scienza e Ricerca, con sede a Latina. Il progetto era pronto e i macchinari di ultima generazione, di cui esistono pochi esemplari al mondo, erano stati già ordinati, ma la Regione ha frapposto ostacoli impedendone la realizzazione. Nonostante tutti i problemi incontrati, il progetto si farà a Latina. Abbiamo deliberato ieri all’unanimità, e ringrazio ancora una volta la Commissione Sanità presieduta dall’ingegner Frassineti, che annovera fra i suoi componenti autorevoli personalità come il professor Costanzo e il professor Sbraccia, per l’intelligente soluzione prospettata, che consentirà di installare nel Campus universitario di Latina i macchinari. Faremo quello che abbiamo detto che avremmo fatto, perché fa parte del DNA della Fondazione, che oggi è qui ampiamente rappresentata.

Noi dobbiamo avere la forza di comprendere che siamo l’ultima speranza di questo Paese di fronte a una classe politica che dibatte sui massimi sistemi, sicuramente importanti, di fronte a un’economia che non cresce nonostante le terapie che vengono applicate, ma che poi sono sempre le stesse, aumentare le tasse, di fronte a un’impossibilità di questo Paese di varare una politica economica che sia coerente con la tematica che oggi vive l’imprenditoria mondiale e che noi non abbiamo la forza né le strutture per fronteggiare, di fronte a una crisi dei servizi, di fronte a una devastazione sociale che sta arrivando anche grazie alla fuga, assolutamente comprensibile, di mondi drammaticamente impegnati in guerre che non hanno più possibilità di essere fermate, noi siamo l’Italia che merita di fare e che deve fare senza paura, senza timori e soprattutto con la coscienza libera di sapere che stiamo lavorando per il bene degli altri.

Concludo con un sogno. Oggi qualcuno di voi avrà letto che stiamo ridando vita ai quartieri degradati di Roma, non li chiamo periferia perché a me il termine “periferia” non piace. Abbiamo illuminato di bellezza San Basilio, un quartiere che aveva avuto delle grandi problematiche; oggi abbiamo avviato un progetto di salvezza a Tor Marancia, stiamo dipingendo le pareti di questo meraviglioso quartiere abbandonato con la bellezza dei più grandi artisti di tutti i tempi, del nostro tempo sicuramente, e li stiamo facendo diventare nuovamente luoghi di felicità e di convivenza.

Io vorrei fare la stessa cosa, caro Sindaco, partendo dal tuo municipio che è bellissimo, facendo una parete con un grande artista, magari rivoluzionario cinese, che faccia capire che noi siamo il nuovo mondo e siamo quel mondo che oggi l’Italia deve meritoriamente ri-gratificare come fece nei secoli passati quando la Chiesa aveva un ruolo. Noi oggi continuiamo con gli stessi obiettivi di solidarietà, di vicinanza e di sussidiarietà a coloro che non hanno fortuna e non hanno speranze e ai quali noi, che abbiamo la possibilità di farlo, dobbiamo dare le risposte.