7° GIORNATA “IMMIGRAZIONE E CITTADINANZA”

INTERVENTO PROF. EMANUELE

1° APRILE 2015 – CAMERA DEI DEPUTATI

 

Buongiorno a tutti, buongiorno soprattutto ai giovani a cui sono particolarmente vicino, sia come docente universitario sia come cantore dell’esigenza di attenzione del nostro Paese alla loro sorte. L’altro giorno ho detto, durante un’importante riunione alla Società Dante Alighieri, preceduta da un altro convegno tenutosi al Convitto Nazionale, che si parla sempre di futuro e dei giovani in un Paese in cui sistematicamente, da anni, si fa di tutto per non dare ai nostri figli e nipoti un futuro, e questa è una cosa che mi affligge molto, perché io vengo da una generazione che ha avuto davanti a sé grandi speranze e prospettive.

Ma oggi mi tocca parlare dell’altro argomento che mi sta sempre a cuore, e di cui ringrazio il Prof. Guarino, che con la sua lungimiranza oramai dal ‘99 ha intrapreso una lunga strada di sensibilizzazione dell’opinione pubblica su un tema che si sta dimostrando fondamentale nella comprensione degli accadimenti che oggi viviamo: il ruolo del Mediterraneo ed il grande problema di come affrontare questa inevitabile manifestazione di attenzione verso le nostre coste da parte dei Paesi rivieraschi, ovvero quello che viene ormai da ogni parte definito il drammatico problema dell’immigrazione.

Voglio fare una premessa doverosa: io sono, per prima cosa, un mediterraneo, poi un ispano-siciliano, con fatica italiano, e sicuramente non europeo. Fatta questa chiarissima enunciazione della mia persona, voglio dirvi con grande sincerità che vengo da una terra felice dove il problema del conflitto razziale non è mai esistito e dove per secoli hanno convissuto in pace religioni, etnie, culture apparentemente diverse ma unificate dal desiderio della bellezza, della grandiosità, della visione e soprattutto dalla spiritualità del territorio.

In Sicilia hanno, per secoli, convissuto gli arabi, i francesi, gli spagnoli, gli arbëreshë (albanesi d’Italia), e hanno vissuto in pace, per tempo immemore, lasciando testimonianze meravigliose delle loro tradizioni, delle loro culture e delle loro capacità. Ma questa convivenza non è cessata, perché oggi se si va nella Valle di Noto, nella Valle di Modica, ci sono i Manuél, ci sono i Rodriguez; se si va a Piazza Armerina ci sono i Ducrot, ci sono i Lefévre; se si va a Mazara e a Salemi ci sono gli arabi da sempre, se si va sopra Palermo c’è la Piana degli Albanesi, che è un insediamento dove le feste e le tradizioni religiose di quel popolo permangono ancora oggi intatte.

Questa osmosi di popoli e culture ha accompagnato, per secoli, la nostra crescita umana, sociale, politica, intellettuale, e vorrei dire di più: anche se la fase terminale di questo fenomeno è stata demonizzata, la grande conquista spirituale, la grande emigrazione di noi italiani in Africa, di quelle famiglie che durante il periodo crispino si sono trasferite in Ogaden, in Cirenaica, ha fatto sì che questa osmosi tra civiltà, tra popoli sia stato un elemento di grandiosità nello sviluppo umano, spirituale e sociale di questo mondo mediterraneo.

Quindi, vedere oggi l’immigrazione nel nostro Paese come un fenomeno da demonizzare è cosa che io profondamente respingo, e mi duole dire che in questi ultimi anni tale fenomeno sta assumendo questi inquietanti contorni a causa dell’inerzia dei Governi, che non hanno capito la portata e l’importanza di questo fenomeno, e lo stanno gestendo in maniera erronea. Dimenticando tra l’altro una cosa fondamentale: che la nostra Italia è un Paese di emigranti.

Tra il 1860 ed il 1923, quasi 20 milioni di italiani sono partiti per il mondo: io ho voluto ricordare questo con una grande mostra dal titolo “Partono i bastimenti”, che ho portato a Roma, a Napoli, a Cosenza, a Bari, e prossimamente a Palermo, per ricordare chi siamo, da dove veniamo. Sono partiti milioni di italiani, dapprima dal Veneto (incomprensibilmente, direbbe qualcuno… ma sì, proprio dal Veneto), e poi via via dal Meridione. Erano artigiani, muratori, contadini, la cui politica dell’epoca aveva impedito di permanere nel loro Paese, e hanno arricchito altri Paesi: l’America, l’Australia, il Sud America, sono diventati grandi Paesi grazie anche all’opera di questi emigranti.

Concittadini, oggi il fenomeno si sta ripetendo, ed è molto più allarmante, perché non partono più gli emigranti di un tempo: i contadini, i braccianti, i muratori, gli artigiani… partono ragazzi che si sono laureati, a volte bi-laureati, e hanno fatto un master in Italia. Oggi un milione di ragazzi sono all’estero. I miei figli sono andati all’estero, anche se poi sono tornati con l’intento di dare una mano all’Italia. E sono partiti perché la politica di questo Stato non ha capito l’importanza di segmenti fondamentali nell’evoluzione del nostro Paese.

Oggi sui giornali – ed è un’altra favola metropolitana di questo periodo, e non vorrei urtare la suscettibilità di nessuno, ma tutti sanno che io dico soltanto ciò che penso, piaccia o non piaccia – si parla di una grande crescita dell’occupazione, ma non è vero: l’Istat ha già detto che l’occupazione giovanile è in calo, ma che i mutui sono raddoppiati. Non è vero, è un altro falso: i mutui non sono raddoppiati, si cambiano. Il vecchio mutuo ha un tasso penalizzante e se ne apre un altro, che la banca conteggia come fosse nuovo, un nuovo mutuo.

Di fronte ad una situazione siffatta, io mi chiedo quali rimedi bisogna apportare per impedire che i nostri giovani emigrino ed accogliere le nuove forze lavoro che il mondo che ci sta di fronte, per motivi molteplici e a volte drammatici, sta portando nella nostra terra. Io sono convinto fermamente che bisogna fare di tutto affinché le forze rimangano nelle aree in cui hanno avuto il privilegio di nascere, e che quindi la politica economica del nostro Paese deve rivolgersi finalmente a dare degli sbocchi concreti ai giovani e delle possibilità reali di lavoro; al di là di enunciazioni anglosassoni come il Jobs Act, bisogna trovare le modalità per garantire ad un giovane, la cui famiglia si è sacrificata duramente per consentirgli di laurearsi, di avere la certezza di trovare un posto dove esplicare le proprie capacità e realizzarsi umanamente e socialmente.

Io sono convinto, ad esempio, che il sogno delle madri meridionali del posto fisso in banca è finito: oggi in banca non ci va più nessuno, come credo abbiate avuto modo di leggere dalle statistiche. Solo il 20% della popolazione oggi si reca in banca, la gente della mia età; i giovani si connettono con l’I-Pad e fanno tutto da lì. I giornali, ahimè, non si leggono più in forma cartacea: io sono ancora figlio di coloro i quali se la mattina non hanno il loro plico di giornali sul tavolo non si contentano, ma i miei figli ormai li leggono sul telefonino. E così vale anche per i libri, cosa che mi fa inorridire, anche se capisco perfettamente che è una strada molto più comoda e molto più fluida.

Ecco, questo vale sia per il tragico problema della nostra emigrazione, sia per il problema dell’emigrazione di chi ci sta di fronte. La Fondazione Roma è la prima istituzione privata, e nasce da una lunga storia di sensibilità sociale. Noi veniamo visti preminentemente come uomini di cultura perché facciamo la mostra sul Barocco, perché abbiamo fatto la mostra di Rockwell o quella del Tesoro di San Gennaro, e come sempre accade in questo Paese veniamo considerati più per ciò che appare, non per ciò che siamo veramente. Noi destiniamo alla salute il 45% delle nostre risorse, che sono rilevanti; noi dedichiamo alla ricerca scientifica il 20% delle risorse, all’aiuto ai meno fortunati il 13%, alla cultura l’11%, all’istruzione l’11%. Eppure, nell’immaginario collettivo, siamo coloro che realizzano le bellissime mostre di cui sopra, che vi invito a vedere, ma che sicuramente non sono paradigmatiche dell’imprinting che il Prof. Emanuele dà a questa Fondazione. Noi abbiamo iniziato un’attività sistematica nel Mediterraneo, nel Meridione: abbiamo contribuito a restaurare la Cattedrale di Sant’Agostino di Ippona ad Annaba, ad Algeri; abbiamo creato le premesse di una stabilizzazione del Festival di El Jem a Tunisi; abbiamo dato vita, sempre in Tunisia, a Nabeul, ad un intervento sistemico per i giovani che possono lavorare all’ammodernamento di una rete idrica per le popolazioni agrarie; abbiamo creato una sede della Fondazione a Rabat, in Marocco; abbiamo inaugurato dei corsi ad Aqaba-Eilat in cui palestinesi ed israeliani studiano insieme; abbiamo un grande progetto a Valencia che riguarda soprattutto le donne, le quali io sono convinto – da mediterraneo – che siano le vere leve della famiglia, il vero motore della società… tant’è che la grande rivoluzione araba, la nuova Primavera Araba di cui tutti parlano è stata fatta dalle donne, e le donne sono state le prime a perdere la vita, a testimonianza di questa grande trasformazione civile della società.

E allora, io sto tentando di fare in modo che i famigerati barconi non debbano portare gente che poi diventa disperata perché non riesce a trovare una propria collocazione nel nostro Paese. Sto invocando una soluzione, e ho scritto ai vari Presidenti del Consiglio, commissionando anche a due diversi istituzioni, di filosofie contrapposte fra loro (una liberale, la Fondazione Einaudi, e l’altra di differente sensibilità, lo CSIAO), una ricerca che è diventata una proposta per il Governo affinché si riprendano le fila di una politica che, dalla fine del Governo Craxi, a favore del Mediterraneo non è più esistita: non c’è, a parte fenomeni episodici che di certo non risolvono il problema.

Si devono invece creare relazioni profonde, si deve dare la possibilità di realizzare iniziative stabili: è quello che la Fondazione Roma, che è un’istituzione privata, sta tentando di fare, e abbiamo i risultati, perché vediamo per la prima volta che posti di lavoro si possono creare in questi mondi, e scongiurare così quella disperazione che costringe a partire. È lo stesso discorso che avrebbero dovuto fare i Governi dell’epoca quando i nostri connazionali partirono in massa a fine Ottocento, impoverendo l’Italia, perché sia i 20 milioni di italiani che salparono allora per le Americhe e l’Australia, sia i nostri giovani che partono oggi hanno impoverito l’Italia ed arricchito i Paesi in cui andarono o vanno a stabilirsi.

Ed è quello che auspico e che all’amico Guarino – che da sempre ha mostrato una sensibilità particolare per questi temi, cosa per cui ancora lo ringrazio – raccomando: ovviamente, se bisogna fare la politica dell’accoglienza, di fronte alle guerre, alla disperazione, alle fughe, è del tutto evidente che questi discorsi lasciano uno spazio alternativo, in quanto un conto è cercare un posto di lavoro e un altro è scappare da un territorio in cui sussiste un rischio di morte, ma io desidererei che chi viene nel nostro Paese fosse accolto in maniera diversa.

Io vorrei ricordare – e lo faccio nella mostra itinerante “Partono i bastimenti” – che noi italiani, quando approdammo ad Ellis Island (che, per chi l’ha visto, è un luogo che stringe il cuore) fummo messi in quarantena, ma ci facevano apprendere la Costituzione americana, ci facevano rispettare le loro leggi. Ecco, questo in Italia non si fa. Gli emigranti, in Italia, non conoscono le leggi italiane, e non le rispettano. Io, come ho detto, non ho nulla contro gli immigrati; dico soltanto: regolamentate questo fenomeno.

Come regolamentarlo, è presto detto. Istituite un Ministero dell’Immigrazione, che quantifichi le forze lavoro che ogni anno necessitano al Paese. Noi abbiamo bisogno di forze lavoro: ne abbiamo bisogno nelle campagne, nelle imprese, nelle officine… perché non possiamo stabilire, con i Paesi rivieraschi, una politica di immigrazione legalizzata, che preveda la possibilità dell’automatico impiego e non dei “poveri cristi” che si aggirano intorno alle stazioni attirandosi odio? Questo mondo viene odiato perché ovviamente appare nell’immaginario collettivo come qualcosa di esogeno al nostro sistema: questa gente la si vede baraccata nelle aree periferiche, la si vede accampata nei luoghi marginali della città… Ciò non è giusto.

Gli immigrati devono avere la stessa dignità che, con fatica, ci siamo conquistati noi nei Paesi in cui siamo approdati. Io sono stato in America parecchie volte: gli italiani dapprima vivevano nella “Little Italy”, la piccola enclave di nostri connazionali all’interno delle metropoli, ma poi – ovunque io sia stato, che si trattasse del Massachussets, della Louisiana, al nord o al sud – non sono mai esistiti questi “ghetti” dove l’italiano veniva confinato. L’italiano diventava parte integrante del mondo in cui viveva, e così deve essere: il Governo deve dedicarsi a questo problema, e non deve esserci spazio per le farneticazioni cui alcuni leaders politici si abbandonano nelle piazze romane, gridando contro gli immigrati. Questo non può più accadere, non può e non deve accadere.

Ed ora mi avvio alla conclusione: rispetto delle leggi, chiamata selettiva, accoglienza dignitosa, convivenza e – perché no – aiuto. Aiuto a questi popoli che ci fronteggiano, che sono dall’altra parte del nostro mare, ma sono come noi. Quando vado in quei Paesi, forse perché sono siciliano, io mi sento come a casa mia: mangio gli stessi cibi, pratico lo stesso modo di vivere, non ho difficoltà a comportarmi, a sentirmi (religione a parte, perché ognuno ha la propria: io sono cattolico, e se vogliono perseguitarmi perché non sono islamico, è un altro problema) come loro. Quando vado in Eritrea o in Etiopia, dove la mia famiglia ha vissuto per decine di anni, non trovo nessuna diversità rispetto al modo di vivere che mi è congeniale, anzi mi piace moltissimo, perché l’Eritrea, ad esempio, è un Paese fantastico che io adoro.

Io credo che oggi questa sia la situazione, ma nelle circostanze drammatiche in cui versiamo ci sono delle eccezioni, e qui mi piace ricordare il corpo di élite del nostro Paese, la Marina Militare, perché noi siamo un Paese marittimo, piaccia o non piaccia, poi ovviamente abbiamo anche altre forze ed è giusto che sia così. Ma l’Italia è un Paese che si trova nel mare, siamo “gente di mare”, per parafrasare il famosi cantanti Tozzi e Raf e una canzone che amo molto. Siamo un Paese di marinai: le Repubbliche marinare, i navigatori cui abbiamo dato i natali (Colombo, checché se ne disquisisca, è genovese)… e la Marina, con quella dignità, con quella grandiosità di comportamento che l’ha sempre caratterizzata (io voglio ricordare che la Marina è quella forza che ha preferito non arrendersi a Capo Matapan nel ‘41; di fronte soprattutto ad un diverso armamento, ha preferito sacrificare i suoi figli migliori in una battaglia in cui non c’era alcuna possibilità di vittoria, e lo ha fatto con un coraggio che oggi l’Italia costantemente dimentica di avere: io quella battaglia la ricorderei sempre, perché vi morirono giovani guardiamarina lasciandosi affondare assieme alle navi che erano state danneggiate).

Ecco, io oggi voglio dare pubblica testimonianza di questo apprezzamento della Fondazione Terzo Pilastro-Italia e Mediterraneo – grazie alla sensibilità dell’amico Guarino, che ne ha fatto parte in passato e che mi auguro torni un giorno a farne parte, perché la vita, come si sa, è ciclica – premiando la Marina Militare Italiana, l’Associazione Migrare e la CIDIS Onlus, che si sono distinte per avere profuso il loro preminente impegno per favorire l’integrazione sociale dei migranti nel nostro Paese. Premio per primo l’Ammiraglio Gaudiosi, che credo che sia il vero grande protagonista di questa operazione che egli ha condotto mirabilmente e che sta continuando a condurre mirabilmente, ed io sono onorato di conferirgli tale riconoscimento e vorrei che, in piedi, dicessimo tutti: “Viva la Marina Militare Italiana!”, per dimostrare la nostra vicinanza a questa grande forza.  (Applausi ed ulteriori due premiazioni, n.d.r.)

Io sinceramente mi scuso e mi dolgo di non potermi trattenere oltre, ma la mia giornata corre attraverso impegni costanti, e spero sinceramente – lo dico soprattutto a voi giovani – che l’attenzione nei confronti di chi è meno fortunato di noi sia una costante della vostra vita, ed è la cosa alla quale vi consiglio caldamente di dedicarvi. Vi lascio con un suggerimento: in questo Paese non c’è più nulla, non ci sono più le industrie, non c’è più l’agricoltura, la ricerca scientifica versa in grave crisi, delle banche vi ho parlato… c’è un mondo meraviglioso del quale però, in un’altra circostanza, vi vorrei parlare, ed è il mondo dell’aiuto a chi ha minor fortuna di noi. Questo mondo sta esplodendo, ed è il Terzo Settore, quello che io chiamo “Terzo Pilastro”, cioè il mondo che viene dal basso, che spinge democraticamente ad aiutare gli altri. Ecco, dedicarvi a questo, ragazzi, vi darebbe nuove opportunità di lavoro, interessanti prospettive di guadagno, e soprattutto una grande soddisfazione personale. Pensate: potrebbe essere la svolta della vostra vita, e rendervi felice come sono felice io, nel fare ciò che sto facendo. Grazie.

 

Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele