Interventi integrali del Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele alla Multaqa

  1. Intervento di apertura
  2. Intervento conclusivo

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Multaqa “Mediterraneo di Civiltà e di Pace”
Agrigento, 25-27 maggio 2018
Saluto del Prof. Avv. Emmanuele F.M. Emanuele
Presidente Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale

A venti anni dalla Multaqa che si è tenuta ad Agrigento dal 17 al 20 settembre 1998 ho ritenuto, essendo stato Presidente Delegato per l’Italia del Consiglio Mediterraneo della Cultura dell’Unesco, ed avendo ricevuto nel 2014 il prestigioso Premio Unesco – Valldigna, di suggerire all’amico Girones di celebrare quest’anno la Multaqa nuovamente nella città di Agrigento. L’accoglienza di questa mia proposta è testimoniata dalla qualità dei relatori che hanno manifestato, con la loro adesione, la condivisione di questo mio progetto, e sono veramente contento che l’evento si sia concretato con una così grande partecipazione.

Il convincimento da me perseguito del primato civilizzatore e unificatore del Mediterraneo è oggi un risultato scientifico indiscusso, e conferma come l’osmosi tra le civiltà nate nel bacino del Mediterraneo  abbia generato quelle sensibilità comuni che hanno edificato l’Occidente per influsso delle culture provenienti dall’Oriente.

La poesia, la letteratura, l’arte ma soprattutto la religione, il concetto di democrazia, la primazia delle leggi, fanno parte di quel patrimonio assolutamente consacrato nei secoli che è diventato oramai parte integrante della civiltà mondiale.

Ritengo che una componente spirituale, così come essa si è manifestata e continua a manifestarsi nella nostra epoca, proveniente da quel Mediterraneo fecondo di idee e principi cui ho fatto cenno, sia l’esatta terapia per curare quel fenomeno distorsivo della globalizzazione capitalista che tanti guasti sta arrecando. Credo che questa urgenza di una coscienza mediterranea multipla, che la scuola francese de “Les Annales” poneva alla base della storia del Mare Nostrum e che, se posso permettermi, io da tempo patrocino, sia la prospettiva salvifica in un mondo dilaniato da guerre che stanno diventando sempre più di portata internazionale e, ahimè, con il profilarsi della crescita delle armi atomiche, mondiale.

Ecco perché queste tre giornate, che prendono il nome di “Mediterraneo di Civiltà e di Pace”,  portano come essenza aggregativa il concetto di pace e dialogo tra le culture e le religioni del Mediterraneo, e credo che nessuna “palestra”, più di quella del Mediterraneo, possa mantenere viva la speranza della buona volontà tra gli uomini del concetto di pace.

Oggi non è così, ma lo sforzo che l’umanità e noi in primis dobbiamo fare è quello di perpetuare diritti e valori che sono alla base del concetto di civiltà per far sì che, pur nella consapevolezza del divenire crescente di un nuovo mondo, la globalizzazione, internet e i sistemi di comunicazione che si impongono, debbono tuttavia non essere defraudati di quella concezione universale dei diritti dell’uomo e della pace tra gli stessi. Qui parlo anche nella mia qualità di membro del Comitato d’Onore dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain, e prospetto questo mio desiderio da sempre manifestato che ha trovato concreta attuazione nella Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo, divenuta di recente Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, ovvero l’essenza dei mantenimenti di quei principi e valori che devono permeare il mondo intero. Per questo ho promosso la realizzazione di progetti in moltissime città estere come Algeri, Tunisi, Mosca, Shanghai, Malta.

Il Meridione rappresenta la naturale cerniera tra mondi che si affacciano sul nostro mare, al quale bisogna guardare con l’intento di riconoscersi come comunità capace di trasmettere valori improntati sulla pace e sul rispetto reciproco. È necessario che gli abitanti di questo mare si aprano alla cultura dell’altro costruendo ponti, e non erigendo barricate o muri, nella consapevolezza che esiste una comunità umana indissociabile; sviluppare una azione di pace significa considerare il Mediterraneo  quale motore per questo miracolo che pacifichi l’Africa, l’Oriente ed, in prospettiva, anche l’Occidente, e che permetta di edificare una civiltà con una economia solidale, aperta e sostenibile in cui le risposte ai bisogni della gente arrivino cariche di quella umanità che la spiritualità del mondo mediterraneo da sempre rende manifesta e presente. Questo presuppone che ognuno di noi riconosca le differenze dell’altro accettando di mettersi in gioco senza ripudiarle, come volontà di reciproca comprensione.

Questo è l’intendimento di queste tre giornate di lavoro che mi auguro consentano, al loro termine, di affermare che abbiamo contribuito a creare un mondo migliore, e che mi auguro parimenti i relatori che si alterneranno negli interventi dopo di me vorranno fare proprio.

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Multaqa “Mediterraneo di Civiltà e di Pace”
Agrigento, 25-27 maggio 2018
Conclusioni del Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele
Presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale

Oggi il sole è spento e il cielo minaccia pioggia, ma nonostante ciò la bellezza del patrimonio archeologico – naturalistico che ha fatto da cornice a questo evento mantiene intatto il suo estimabile valore.

Una continuità di testimonianze, di monumenti, di resoconti, di simboli, comprova, nel tempo e nello spazio, l’esistenza di una koiné mediterranea legata ai modi di interpretare la vita, l’arte, il rapporto con Dio, un’unità di fondo nella diversità degli orizzonti.

Su queste basi, vent’anni fa rilanciavo il dialogo sul Mediterraneo attraverso le iniziative congressuali di Agrigento, València, Roma, Malta, Reggio Calabria, Palermo, volendo porre in dialogo storia, filosofia, antropologia, economia e geopolitica allo scopo di definire i contorni mutevoli di uno spazio che si espande e si contrae a seconda della prospettiva di riferimento. Ed ho patrocinato una serie di pubblicazioni a partire da uno Speciale Mediterraneo (2001), poi – per citarne solo alcune – Arte e Cultura del Mediterraneo (2004), più recentemente Mediterraneo Porta d’Oriente (2011), Mediterraneo Verticale (2018). Il congresso internazionale Mediterraneo di civiltà e di pace odierno s’inserisce in una traiettoria mai rapsodica ma segnata dalla LeitIdee di un Mediterraneo tendenzialmente unitivo, come dice l’amico Guglielmo de’ Giovanni-Centelles, e solidale.

La prima sessione scientifica del Congresso internazionale è stata presieduta dal Magnifico Rettore Salvatore Berlingò, il quale, dall’alto del suo magistero, ha rilevato come l’identità culturale italiana, intrinsecamente legata al Mediterraneo, abbia le sue radici nello spazio “al di qua e al di là del Faro” ed egli ha ricordato l’esempio della Scuola poetica siciliana (secondo la celebre definizione dantesca), d’epoca federiciana.

La consapevolezza della nostra identità si basa sulla conoscenza e sul rispetto dell’altrui diversità (lo diceva ieri Franco Vaccari), diversità che – come dimostra il caso di Palermo e della Sicilia – è ricchezza. La Sicilia, in quanto crocevia di culture, è assurta a simbolo di un “mondo mediterraneo” ed è stata l’oggetto delle relazioni di Ortesio Zecchino e di Alessandro Vanoli, l’una tesa a mettere in rilievo l’apporto degli uomini che venivano dal Nord, l’altra quello altrettanto fecondo degli uomini che venivano da Sud.

Apporti prolifici, e non mi riferisco più, evidentemente, alla sola Sicilia, sono giunti nel Mediterraneo dall’Oriente, come hanno sottolineato Onorato Bucci e Elena Loewenthal rispettivamente in relazione ai macro-ambiti indoeuropeo e semitico.

Dove inizia e dove termina il Mediterraneo? Quali sono i suoi confini? Individuare il teatro e gli attori protagonisti di questo “continente liquido”, come l’ha definito ieri l’antropologo Dionigi Albera, autore del Dictionnaire de la Méditerranée, era condizione preliminare all’avvio del dialogo e dell’incontro che è l’oggetto della giornata odierna. Al geografo della Sapienza di Roma, Emanuele Paratore, e al rettore emerito dell’Università di Napoli Parthenope è spettato il compito di impostare le coordinate spaziali di riferimento. Il professore Quintano ha proposto per la prima volta alcuni modelli analitici utili alla definizione dello spazio mediterraneo, riuscendo a superare l’evanescenza dei trattati di natura specificatamente politica. Basti pensare che le definizioni di Mediterraneo scaturite dagli accordi di Barcellona (1998) e di Parigi (2008) includono Paesi scandinavi come la Danimarca e la Svezia ma non la Libia e tutta l’area del Mar Nero tanto cara agli studi del comune maestro Maurice Aymard, l’allievo di Fernand Braudel, che ci ha onorati della sua presenza, ieri come presidente di sessione, oggi come relatore introdotto da un altro grande mediterraneista, Eduard Mira.

Forse, dalla storia possiamo trarre l’insegnamento che l’Italia è stato il Paese ricco che era – faro dell’economia e quindi anche dell’arte – quando ha saputo sfruttare la sua posizione baricentrica in un Mediterraneo che, anche in epoche in cui la guerra era modus operandi preferenziale, premiava gli scambi e le interrelazioni, l’incontro (multaqa) piuttosto che lo scontro. Carlo Vulpio ha messo l’accento sul tema della mobilità: il raddoppio del Canale di Suez, studiato da Giuseppe Perta, (di cui il prossimo anno ricorrono i 150 anni dalla sua moderna inaugurazione) conferma il ruolo del Mediterraneo come Porta d’Oriente. In questo mare di scambi, i porti dell’Italia, e dell’Italia meridionale in particolare, devono tornare ad essere competitivi come lo erano in passato.

Da quello che l’Accademico dei Lincei Luigi Mascilli Migliorini ha definito il “deperimento lento del colonialismo”, è emerso un Mediterraneo nuovo, capace di scardinare i paradigmi occidentali e, se vogliamo, la presunzione di chi, per secoli, si è creduto unico portatore di civiltà (nel senso questa volta di civilizzazione, progresso).

Civiltà e pace sono i due concetti chiave che ho voluto accostare al Mediterraneo, anche simbolicamente nell’immagine identificativa di questo congresso che associa, come vedete, il Tempio della Concordia agli ulivi.

E da ultimi ma forse i primi, gli interventi dei tre rappresentanti delle tre fedi monoteiste dell’area del Mediterraneo (Cristianesimo, Ebraismo, Islamismo) a cui va il mio grazie.

Civiltà e pace, due concetti di cui talvolta si abusa ma che costituiscono riferimenti imprescindibili in questo vasto spazio da sempre in grado di avvicinare le disuguaglianze, di aprirsi alla dimensione globale, di raccordare il Nord sviluppato del pianeta con il Sud, spazio che è punto d’incontro tra cultura e religioni, tra arte e solidarietà, cifra identitaria di noi tutti, perché, se è vero che siamo diversi in quanto ebrei, cristiani e musulmani, diversi in quanto italiani, spagnoli e francesi, di certo non possiamo non dirci, tutti, mediterranei.

Nell’atarassia politica internazionale dell’attuale momento storico, la sola e unica costante presente nel Mediterraneo siamo stati umilmente noi che in questi lunghi anni solitari siano stati i promotori della Multaqa. In questo scenario, da anni propongo il ruolo della Sicilia come “la Bruxelles” degli Stati del Mediterraneo. So che realizzare tutto ciò è molto difficile, so che è un sogno, ma io, come poeta, mi nutro di sogni continuando pertanto a sognare e a lavorare affinché ciò accada. Con la Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, già Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo, abbiamo contribuito al restauro della Cattedrale di Sant’Agostino di Ippona ad Annaba in Algeria, partecipato al prestigioso Festival di El Jem in Tunisia, creato ad Aqaba-Eliat nelle scuole superiori un corso in cui i bambini palestinesi ed arabi studiano assieme, sostenuto un imponente progetto di irrigazione nelle aree pre-desertiche di Nabeul (sempre in Tunisia); abbiamo contribuito a creare a Jaramana, in Siria, un campo di calcio per la comunità locale e per i profughi iracheni ospitati nella stessa località, partecipato al restauro dell’Istituto dei Monumenti di Cultura (IMK) a Tirana in Albania, realizzato una Fondazione per la Ricerca sul Cancro a Malta, siamo intervenuti in Spagna e in prospettiva anche in Grecia…

Pertanto la mia proposta concreta è quella di, non tenendo conto dei vincoli e degli obblighi che ci impongono i nostri capi politici ed i loro burocrati, iniziare a gettare le basi di un percorso federativo degli Stati mediterranei, attraverso quel mondo cui appartengo, il privato no-profit che si occupa di aiutare i meno fortunati creando punti di riferimento nei Paesi (Albania, Israele) che potrebbero a buon diritto entrare a far parte del nuovo “vecchio mondo” che io sogno.